QUALI VANTAGGI SULL’AMBIENTE?

Quando nel marzo 2010 la Commissione Europea presentò la nuova strategia “Europa 2020”, l’obiettivo era quello di agevolare l’uscita dalla crisi economica e delineare un modello di sviluppo che rispondesse, in maniera adeguata alle sfide del decennio 2010-2020.

L’agenda definiva una serie di azioni concrete per assicurare una crescita a livello nazionale (degli Stati membri) ed europeo. Queste azioni erano strettamente connesse e si potevano raggruppare in tre grandi priorità: intelligente, cioè la capacità di investire nei settori dell’istruzione, della ricerca e dell’innovazione; sostenibile, cioè l’attenzione alle politiche energetiche e dei cambiamenti climatici; inclusiva, cioè la capacità di promuovere la coesione sociale e territoriale e a migliorare il mercato del lavoro.

Al fine di raggiungere le priorità stabilite, furono individuati cinque obiettivi principali per misurare l’avanzamento e il livello di realizzazione della programmazione delineata.
Tali obiettivi, tradotti a livello nazionale in misure che tenevano conto delle diverse situazioni di partenza e delle diverse condizioni degli Stati membri, riguardavano: l’innalzamento del tasso di occupazione, maggiori investimenti in ricerca e sviluppo, maggiore attenzione ai cambiamenti climatici e alle politiche energetiche, miglioramento dei livelli di istruzione e la promozione dell’inclusione sociale attraverso politiche di riduzione della povertà.

Tra questi quello che, probabilmente, negli ultimi anni, ha attirato di più l’attenzione mediatica ed ha attivato (in parte) la coscienza popolare, è stato il tema della sostenibilità ambientale, legato al cambiamento climatico.

Opere di sensibilizzazione, come quella della attivista svedese Greta Thunberg, ideatrice dello slogan Skolstrejk för klimatet (Sciopero scolastico per il clima), da cui è partito il movimento studentesco internazionale Fridays for Future, sono sempre più frequenti, cosi come sta aumentando la presa di coscienza da parte delle popolazioni per un tema così delicato ed, allo stesso tempo, importante.

Ovviamente, le iniziative dal basso, i movimenti popolari e le varie iniziative (istituzionali e no), devono essere seguite da azioni politiche, che concretizzino la volontà popolare di affidare alle generazioni future, un mondo più green e più ecologicamente sostenibile.

Una delle politiche europee più interessanti, che va verso questa direzione, e che riguarda sia l’aspetto lavorativo che quello ambientale, è lo smart working.
Quest’ultimo, è un fenomeno di interesse che, a livello comunitario, è stato disciplinato con una risoluzione del Parlamento Europeo del 13 settembre 2016, sulla creazione di condizioni del mercato del lavoro favorevoli all’equilibrio tra vita privata e vita professionale.

In Italia, invece, è stata introdotto nel 2017, (L.N. 81/2017). Quest’ultima, approvata dalla Camera dei Deputati, ha aggiunto nuove regole sulle modalità lavorative ed ha introdotto una nuova filosofia aziendale e manageriale a favore delle imprese italiane.

Ma cosa si intende con smart working? Con questo termine si definisce lo “svolgimento della prestazione lavorativa, basata sulla flessibilità di orari e di sede e caratterizzata, principalmente, da una maggiore utilizzazione degli strumenti informatici e telematici, nonché dall’assenza di una postazione fissa durante i periodi di lavoro svolti anche al di fuori dei locali aziendali”.

Si tratta, dunque, di una modalità del rapporto di lavoro da un lato molto più flessibile di quella “classica”, ma dall’altro impone, necessariamente, un accordo tra datore di lavoro e dipendente. Questo accordo si basa non solo su un patto di fiducia ma, essendo regolato da un contratto, il lavoratore acquisisce il diritto di svolgere le proprie mansioni in parte al di fuori dell’ufficio.
A tre anni di distanza dall’approvazione di questa nuova legge, quali sono stati i vantaggi per lavoratori e le aziende, che hanno usufruito di questo strumento?

Secondo un’indagine di Confindustria sul lavoro nel 2019, tra i vantaggi portati dallo smart working ci sarebbero una maggiore attrazione dei lavoratori da parte delle aziende, una riduzione dei costi fissi per le aziende (in particolare legati al dimensionamento e al costo degli uffici) e per i lavoratori.

Chi, però, sembra beneficiare maggiormente dello smart working è, indirettamente, proprio l’ambiente: con meno auto per le strade, ad esempio, eviteremmo di emettere nell’atmosfera milioni di tonnellate di CO2.

Secondo uno studio dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, infatti, il lavoro agile farebbe sì che un solo giorno di remote working alla settimana, diminuirebbe significativamente la produzione di anidride carbonica nell’aria.

Per chi vive in metropoli grandi come Milano, Roma e Napoli, sa benissimo che il traffico può diminuire solo se meno gente si sposta ogni giorno con il proprio mezzo per raggiungere una scrivania.

È da queste osservazioni che possiamo dedurre l’equazione “meno traffico e meno emissioni inquinanti”.
Il clima cambia ed anche il lavoro ha la necessità di adeguarsi a questi cambiamenti, con la consapevolezza, però, che solo con delle direttive a livello internazionale, e che quindi riguardino tutti i paesi, sarà possibile evitare ulteriori cambiamenti alla nostra Terra.

a cura di
Luca Fiorenza